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lunedì, maggio 26, 2008 Uno dei più bei libri di tutti i tempi secondo me. L'ho letto almeno dodici volte ormai, ma forse anche di più. L'autrice è un vero genio, anche non scrivesse altro per tutta la vita. Ve ne do un assaggio, ditemi che ne pensate.
la moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo
Amore dopo amore
Tempo verrà
in cui, con esultanza, saluterai te stesso arrivato alla tua porta, nel tuo proprio specchio, e ciascuno sorriderà al benvenuto dell'altro e dirà: siedi qui. Mangia. Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato per tutta la vita, che hai trascurato per un altro, che ti conosce a memoria. Dallo scaffale prendi le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate, strappa dallo specchio la tua immagine. Siediti. È festa. Banchetta con la tua vita.
derek walcott
Il tempo dell'orologio è il nostro direttore
di banca, agente delle tasse, ispettore di polizia; questo tempo interno è nostra moglie. j. b. priestley, Man and Time
Prologo
CLARE: È dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov'è e se sta bene. È dura essere quella che rimane.
Mi tengo occupata. Così il tempo passa più veloce,
Vado a dormire da sola e mi sveglio da sola. Faccio passeggiate. Lavoro fino a stancarmi. Osservo il vento giocare con la robaccia rimasta sepolta tutto l'inverno sotto la neve. Finché non ci si pensa sembra semplice. Perché l'assenza intensifica l'amore?
Tanto tempo fa, quando gli uomini andavano per mare, le donne li aspettavano sulla spiaggia, scrutando l'orizzonte in cerca della piccola imbarcazione. Adesso io aspetto Henry. Lui scompare senza preavviso e involontariamente. Io lo aspetto. Ogni minuto scorre lento, trasparente come vetro. Attraverso ogni minuto vedo un'infinità di minuti in fila, in attesa. Perché se ne va dove io non posso seguirlo?
HENRY: Come ci si sente? Come ci si sente?
A volte è come se ti fossi distratto per un attimo. Con un sobbalzo ti accorgi che il libro che stavi leggendo, la camicia di cotone a quadretti rossi con i bottoni bianchi, i tuoi jeans preferiti, neri, e le calze marroni che hanno quasi un buco in un tallone, il soggiorno, il bollitore che sta per fischiare in cucina: è tutto sparito. Sei in piedi, nudo come un verme, immerso fino alle caviglie nell'acqua ghiacciata di un canale di scolo lungo una strada rurale che non conosci. Aspetti un momento per vedere se per caso non torni al libro, al tuo appartamento, eccetera. Dopo circa cinque minuti passati a imprecare e rabbrividire e a sperare con tutto te stesso di poter scomparire, ti avvii in una direzione qualsiasi che prima o poi ti porterà a una fattoria, dove avrai la possibilità di scegliere tra rubare o tentare una spiegazione. Rubare a volte ti porterà in prigione, ma spiegare è più noioso, è una perdita di tempo, e prevede comunque qualche menzogna, e comunque ogni tanto finisce con il tuo arresto, quindi non ne vale la pena.
Certe volte la sensazione che provi è quella di esserti alzato di scatto anche se sei a letto mezzo addormentato. Senti il sangue alla testa, hai le vertigini. Mani e piedi formicolano e poi non li senti più. Eccoti di nuovo smarrito. Basta un istante, hai appena il tempo di tentare una resistenza, di dimenarti (con il rischio di farti male o di danneggiare qualche oggetto di valore) ed ecco che ti ritrovi a scivolare lungo il corridoio coperto di moquette verde foresta di un Motel 6 di Athens, nell'Ohio, alle 4.1 di un lunedì notte, il 6 agosto del 1981. Picchi la testa contro una porta e l'occupante della stanza, una certa signorina Tina Schulman di Philadelphia la apre e incomincia a urlare perché ai suoi piedi c'è un uomo nudo, graffiato dalla moquette, svenuto. Ti risvegli al County Hospital con una commozione cerebrale e un poliziotto di guardia davanti alla tua porta che ascolta la partita dei Phillies da una radiolina gracchiante. Fortunatamente riperdi conoscenza e ti risvegli ore dopo nel tuo letto, con tua moglie che ti guarda molto preoccupata.
A volte avverti una sensazione di euforia. Tutto è sublime e ne vedi l'aura, quando di colpo provi una forte nausea ed eccoti sparito. Stai vomitando su un geranio di periferia, o sulle scarpe da tennis di tuo padre, o sul pavimento del tuo bagno tre giorni fa, o su un marciapiede in legno di Oak Park, nell'Illinois, intorno al 1903, o in un campo da tennis in una bella giornata d'autunno degli anni Cinquanta, oppure sui tuoi piedi nudi, in una grande varietà di momenti e di luoghi.
Come ci si sente?
Esattamente come in uno di quei sogni in cui di colpo ti accorgi che devi sostenere un esame per il quale non sei preparato e che non hai niente indosso. E hai lasciato a casa il portafoglio.
Quando finisco là fuori, nel tempo, divento diverso, mi trasformo in una versione disperata di me stesso. Divento un ladro e un vagabondo, un animale in fuga che si nasconde. Spavento le vecchie signore e diverto i bambini. Sono un trucco, un'illusione di altissimo livello, inverosimile al punto da diventare vero.
C'è una logica, una regola, in tutto questo andirivieni, in tutto questo smarrirsi e dislocarsi? Esiste un modo per restare dove sono, abbracciare il presente con ogni cellula? Non lo so. Ci sono schemi; come tutte le malattie ci sono schemi che si ripetono, fattori scatenanti. Una grande stanchezza, i rumori forti, lo stress, alzarsi di scatto, una luce abbagliante... una qualsiasi di queste cose può scatenare un episodio. Eppure: posso essere intento a leggere il "Sunday Times" con una tazza di caffè in mano e Clare che sonnecchia accanto a me nel letto, e all'improvviso mi ritrovo nel 1976 a guardare un me stesso tredicenne occupato a tagliare l'erba nel prato dei nonni. Alcuni di questi episodi durano pochi attimi: è come ascoltare un'autoradio che non riesce a restare sintonizzata. Mi ritrovo nella folla, in mezzo al pubblico, nella massa. Altrettanto spesso finisco solo, in un prato, in una casa, dentro un'automobile, su una spiaggia, in una scuola elementare nel cuore della notte. Ho paura a ritrovarmi dentro una cella, in un ascensore affollato, in mezzo a un'autostrada. Compaio dal nulla, nudo. Come fare a spiegarlo? Non sono mai riuscito a portare niente con me. Niente vestiti né soldi. Nessun documento di identificazione. Passo la maggior parte dei miei soggiorni a procurarmi vestiti e a cercare nascondigli. Per fortuna non porto gli occhiali.
In realtà è proprio un'ironia. I miei piaceri sono molto semplici: le gioie della poltrona, le tranquille emozioni della vita domestica. Chiedo solo piaceri modesti. Un romanzo giallo da leggere a letto, il profumo dei lunghi capelli color oro di Clare ancora umidi dopo la doccia, una cartolina arrivata da un amico in vacanza, la panna che si scioglie nel caffè, la morbidezza della pelle sotto il seno di Clare, la simmetria delle borse del droghiere appoggiate sul banco della cucina in attesa di essere svuotate. Mi piace vagare nel deposito dei libri della biblioteca, quando i lettori sono ormai tornati alle loro case, sfiorando le coste dei volumi. Queste sono le cose che mi trafiggono di nostalgia il capriccio del tempo mi sottrae.
E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata. Clare con le braccia affondate nella tinozza per la fabbricazione della carta, che estrae la massa informe e la manipola per mescolarne le fibre. Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia, mentre massaggia le mani rosse e screpolate con il balsamo prima di andare a letto. La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso.
Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c'è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.
I. L'UOMO FUORI DAL TEMPO
Oh, non perché ci sia la felicità,
quest'affrettato godere di cosa che presto perderai. Ma perché essere qui è molto; e perché sembra
che tutte le cose di qui abbiano bisogno di noi, queste effimere che stranamente ci sollecitano. Di noi i più effimeri. Ah, nell'altro rapporto, di là,
ahimè, che cosa portiamo? Non ti guardare che qui lentamente imparammo, e nessun avvenimento di qui. Nessuno.
Allora le pene. Allora soprattutto quel senso di peso,
allora la lunga esperienza d'amore, - allora soltanto quel ch'è indicibile. RAINER MARIA RILKE
da Elegie Duinesi, Nona Elegia
Primo appuntamento, uno
Sabato, 26 ottobre 1991 (Henry ha 28 anni, Clare 20)
CLARE: La biblioteca è fresca e odora di detergente per moquette anche se i pavimenti mi sembrano di marmo. Firmo il registro dei visitatori: "Clare Abshire, 11.15, 26-10-1991, Collezioni speciali". È la prima volta che vengo alla biblioteca Newberry e adesso che ho varcato l'ingresso imponente mi sento eccitata. Le biblioteche mi fanno l'effetto delle mattine di Natale, come se fossero grandi scatole piene di libri bellissimi. L'ascensore è fiocamente illuminato e quasi silenzioso. Mi fermo al terzo piano e riempio il modulo per la consultazione, poi salgo alle Collezioni speciali. I tacchi dei miei stivali risuonano sul pavimento di legno. La sala è tranquilla e affollata, piena di solidi tavoli coperti di libri e circondati da lettori. Dagli alti finestroni entra l0autunnale luce mattutina di Chicago. Mi avvicino alla scrivania e prendo un mucchietto di moduli di richiesta. Sto scrivendo un saggio per un corso di storia dell'arte. L'argomento è il Chaucer pubblicato da Kelmscott Presso, Cerco il libro da sola e riempio il modulo. Però voglio anche leggere qualcosa sulla fabbricazione della carta a Kelmscott. Il catalogo è confuso. Torno alla scrivania a chiedere aiuto. Mentre spiego all'impiegata cosa sto cercando lei guarda qualcuno che passa dietro di me. «Forse può aiutarla il signor DeTamble» dice. Mi giro, pronta a ricominciare la spiegazione daccapo, e mi trovo faccia a faccia con Henry.
Ammutolisco. Eccolo qua, calmo, vestito di tutto punto, più giovane di come io l'abbia mai visto. Fa il bibliotecario alle Newberry, è qui davanti a me, nel tempo presente. Qui e ora. Esulto. Lui mi guarda con aria paziente, cortese e insieme perplessa.
«Posso aiutarla in qualche modo?» chiede.
«Henry!» Mi trattengo a stento dal gettargli le braccia al collo. È ovvio che lui mi vede per la prima volta.
«Ci conosciamo? Mi dispiace, non,,,» Si osserva intorno, preoccupato che i lettori e colleghi si accorgano di noi e cercando nella memoria capisce che un se stesso futuro deve aver incontrato questa ragazza radiosamente felice che ha di fronte. L'ultima volta che l'ho visto era nel Prato,intento a succhiarmi gli alluci.
Cerco di spiegare. «Sono Clare Abshire. Ti ho conosciuto quand'ero bambina...» Mi trovo in difficoltà perché sono innamorata di un uomo che se ne sta lì a guardarmi senza ricordarsi di me. È tutto nel futuro per lui. L'assurdità della situazione mi fa venire voglia di ridere. Io sono oberata da anni di conoscenza, mentre lui mi guarda pieno di stupore e spavento. Henry con i vecchi pantaloni da pesca di mio padre, che mi interroga pazientemente sulle tabelline, i verbi francesi, le capitali degli stati. Henry che ride per lo strano pranzetto che una me stessa di sette anni gli ha portato nel Prato; Henry in smoking che il giorno del mio diciottesimo compleanno si sbottona la camicia con dita tremanti. È qui! Adesso! «Vieni a prendere un caffè con me, oppure vieni a cena, o qualcosa...» Non può dirmi di no, questo Henry che mi ama nel passato e nel futuro deve amarmi anche ora, nell'eco di un tempo diverso che dura un battito di ciglia. Con mio immenso sollievo risponde di sì. Sotto lo sguardo divertito della donna dietro la scrivania stabiliamo di incontrarci questa sera in un ristorante thailandese dei paraggi e me ne vado, dimentica di Kelmscott e Chaucer, volteggiando lungo le scale di marmo, oltre l'ingresso e, riemersa nel sole ottobrino di Chicago, attraverso il parco, mettendo in fuga cagnolini e scoiattoli con i miei salti esultanti.
HENRY: È un giorno qualsiasi di ottobre, c'è il sole e l'aria è frizzante. Sto lavorando in una stanzetta senza finestre dove il livello di umidità è controllato, intento a catalogare una raccolta di carte marmorizzate che di recente è stata donata alla biblioteca. Sono carte bellissime, ma il lavoro di catalogazione è noioso,quindi sono stufo e mi avvilisco. In effetti mi sento vecchio, nel modo in cui può sentirsi vecchio soltanto un ventottenne che ha trascorso la notte bevendo vodka costosa e cercando, senza successo, di rientrare nelle grazie di Ingrid Carmichel. Abbiamo passato la serata a litigare, e adesso non riesco neanche a ricordarmi perché. Mi fa male la testa e ho bisogno di un caffè. Abbandonando le carte marmorizzate in uno stato di caos controllato esco dall'ufficio e passo davanti alla scrivania di Isabel, addetta alla Sala di lettura. Vengo fermato dalla sua voce che dice: «Forse può aiutarla il signor DeTamble», che in realtà significa: "Henry, brutto muso, dove pensi di svignartela?". E si gira questa ragazza alta e bellissima, con i capelli color ambra, che mi guarda come se fossi Gesù Bambino sceso sulla terra solo per lei. Sento una morsa allo stomaco. È ovvio che mi conosce, però io non conosco lei. Solo il cielo sa che cosa io possa aver detto o fatto o promesso a questa creatura luminosa, quindi sono costretto a dire nel mio miglior tono da bibliotecario: «Posso aiutarla?». La ragazza praticamente ansima «Henry!» in un tono molto evocativo, che mi convince che insieme, chissà quando, dobbiamo aver fatto qualcosa di straordinariamente divertente. Ciò aggrava il fatto che io non sappia niente di lei, nemmeno il suo nome. Dico: «Ci conosciamo?». Isabel mi lancia un'occhiata che significa "stronzo". La ragazza risponde: «Sono Clare Abshire. Ti ho conosciuto quand'ero bambina» e mi invita a cena. Io accetto, stupefatto. Mi sorride radiosa anche se ho la barba lunga e i postumi della sbornia e non sono proprio nella mia forma migliore. Ci incontreremo per cena questa sera stessa al Beau Thai, e lei, essendosi assicurata la mia presenza per la fine della giornata, scappa dalla Sala lettura. Mentre sono nell'ascensore, confuso, mi rendo conto che un biglietto vincente della lotteria per una cifra enorme staccato nel futuro è riuscito non so come a trovarmi nel presente, e comincio a ridere. Supero l'ingresso e mentre corro giù per le scale verso la strada vedo Clare che attraversa di corsa Washington Square, saltando esultante e mi viene voglia di piangere e non so perché.
Più tardi quella sera
HENRY: Sei del pomeriggio. Torno a casa di corsa dal lavoro e cerco di farmi bello. Di questi tempi la casa è un appartamento di North Dearborn, minuscolo ma follemente caro; parti varie del mio corpo finiscono inevitabilmente per sbattere contro i muri, spigoli e mobili ingombranti. Primo passo aprire le diciassette serrature della porta di casa, gettarmi nel soggiorno che è anche camera da letto e cominciare a spogliarmi. Secondo passo: doccia e barba. Terzo passo: scrutare disperato nelle profondità dell'armadio sempre più consapevole del fatto di non possedere niente che sia davvero pulito. Trovo una camicia bianca ancora dentro il cellophane della tintoria. Decido di mettermi il vestito nero, i mocassini e una cravatta azzurra. Quarto passo: valutare l'insieme e scoprire che sembro un agente dell'FBI. Quinto passo: dare un'occhiata intorno e scoprire che la casa è un casino. Decido che eviterò di portare Clare nel mio appartamento stasera, anche qualora se ne verificasse l'opportunità. Sesto passo: guardarmi allo specchio a figura intera del bagno e vedere uno spigoloso sosia alto un metro e ottanta di Egon Schiele a dieci anni, con gli occhi spiritati e addosso una camicia pulita e un vestito da direttore di pompe funebri. Mi domando in che modo mi abbia visto vestito questa donna, poiché è ovvio che non arrivo dal mio futuro nel suo passato con indumenti di mia proprietà. Ha detto che era bambina? Mille domande senza risposta mi passano per la testa. Mi fermo e prendo fiato per un minuto. D'accordo. Afferro portafoglio e chiavi ed eccomi partito: richiudo le trentasette serrature, scendo nel piccolo ascensore instabile, compro un mazzo di rose nel negozio che si trova nell'ingresso del palazzo, percorro in tempo record i due isolati fino al ristorante, arrivando pur sempre cinque minuti in ritardo. Clare è già seduta in un séparé, e quando mi vede sembra provare sollievo. Mi fa un cenno con la mano come se fosse a una parata.
«Ciao» dico. Porta un vestito di velluto color vino e le perle. Sembra uscita da un quadro di Botticelli rivisitato da John Graham: grandi occhi grigi, naso lungo, la bocca piccola e delicata come quella di una geisha. I lunghi capelli rossi le ricadono sulle spalle in una morbida onda. È talmente pallida che alla luce della candela sembra di cera. Le ficco le rose in mano. «Per te.»
«Grazie» dice, assurdamente felice. Mi guarda e si accorge di quanto la sua reazione mi abbia confuso. «È la prima volta che mi regali dei fiori.»
Scivolo sul sedile di fronte a lei. Sono affascinato. Questa donna mi conosce bene; non si tratta di una conoscenza vaga fatta in qualche esodo futuro. Compare la cameriera con il menu.
«Raccontami» chiedo.
«Cosa?»
«Tutto. Cioè, tu sai perché io non ti conosco, vero? Sono terribilmente dispiaciuto…»
«Oh no, non devi. Cioè, lo so… perché succede.» Clare abbassa la voce. «È perché per te non è ancora successo niente di tutto questo. Invece per me, be'… io ti conosco da tanto tempo.»
«Quanto?»
«Circa quattordici anni. La prima volta che ti ho visto ne avevo sei.»
«Cielo. Mi hai visto spesso o solo poche volte?»
«L'ultima mi hai detto di portare questo a cena, quando ci fossimo incontrati di nuovo.» Clare mi mostra un diario da bambina con la copertina azzurra. «Quindi» me lo porge, «puoi tenerlo.» Lo apro alla pagina con un pezzetto di giornale come segnalibro. Ci sono due cuccioli di cocker spaniel in agguato nell'angolo destro e un elenco di date. Comincia con il 23 settembre del 1977 e termina dopo sedici paginette azzurre ornate di cuccioli il 24 maggio del 1989. Le conto. Sono centocinquantadue date scritte con grande cura con la penna a sfera blu, nella bella calligrafia grande di una bambina di sei anni.
«Hai scritto tu la lista? Sono tutte esatte?»
«In realtà me le hai dettate. Qualche anno fa mi hai detto di averle memorizzate. Perciò non so dirti come funzionino esattamente, sembra una specie di nastro di Möbius. Comunque sono precise. Ho sempre utilizzato questo elenco per sapere quand'era il momento di venire a incontrarti giù al Prato.» Ricompare la cameriera e ordiniamo: tom kha rai per me e gang mussaman per Clare. Un cameriere porta la teiera e io verso una tazza a entrambi.
«Il prato che cos'è?» Quasi salto sulla sedia per l'eccitazione. Non ho mai incontrato nessuno dal mio futuro, men che meno una fanciulla botticelliana che mi ha già visto centocinquantadue volte.
«Prato è nel Michigan, fa parte della proprietà dei miei. C'è un bosco, e la casa all'estremità opposta. Più o meno in mezzo si apre una radura del diametro di circa tre metri con un masso, e dalla casa non ti vede nessuno perché c'è un declivio. Andavo a giocare lì perché mi piaceva giocare da sola e pensavo che nessuno mi potesse trovare. Un giorno, ero in prima elementare, sono tornata da scuola, e arrivata nella radura ti ho visto.»
«Nudo come un verme, e probabilmente intento a vomitare.»
«In realtà sembravi perfettamente in te. Ricordo che conoscevi il mio nome e che poi sei scomparso in maniera piuttosto spettacolare. Pensandoci dopo, era evidente che c'eri già stato. La prima volta nel 1981, credo; io avevo dieci anni. Ripetevi "Oh mio Dio" e mi fissavi. Inoltre sembrai piuttosto esasperato per la faccenda della nudità, mentre a quell'epoca io davo per scontato che questo vecchio tizio nudo potesse comparire per magia dal futuro e chiedermi dei vestiti.» Clare sorride. «E da mangiare.»
«Cosa c'è di divertente?»
«Ti ho preparato alcuni pasti davvero strani nel corso del tempo. Panini al burro di arachidi e acciughe. Patè e barbabietole su cracker Ritz. In parte, penso, perché volevo vedere se non c'era proprio niente che tu non potessi mangiare, e in parte perché cercavo di far colpo con le mie abilità culinarie.»
«Quanti anni avevo?»
«Più o meno quaranta, credo. Non ti ho mai visto che avevi più di quarant'anni o meno di trenta. Adesso quanti ne hai?»
«Ventotto.»
«Mi sembri molto giovane. Negli ultimi anni sei stato quasi sempre quarantenne e sembravi reduce da una vita abbastanza dura… difficile dire l'età. Quando sei piccola tutti gli adulti sembrano vecchi.»
Clare sorride. «Facevamo una quantità di cose. Dipendeva dalla mia età e dal clima. Dedicavi molto tempo ad aiutarmi a fare i compiti. Facevamo giochi da tavolo. Soprattutto parlavamo. Quand'ero davvero piccola pensavo che tu fossi un angelo e ti ponevo un sacco di domande su Dio. Da adolescente ho cercato di farti innamorare di me, e tu non ti innamoravi, il che, ovviamente, mi rendeva sempre più determinata nella mia decisione. Penso che temessi di danneggiare in qualche modo la mia sessualità. Sotto certi aspetti eri molto paterno.»
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postato da ww alle 13:15 | link | commenti (3)
amore, libri, letteratura, tempo, moglie, fantastico, henry, clare, audrey, niffenegger martedì, aprile 15, 2008 Passato di qui solo per togliere la pubblicità...che fastidio! Per chi mi ha chiesto come ho fatto a ritrovare la password dopo tre anni: la risposta è semplice, ho una memoria eccezionale per le cose inutili ;-) Per chi mi ha chiesto di sposarla (distrutt4): non tentarmi...anch'io come te so resistere a tutto tranne che alle sensazioni :-) A chi mi da del genio (ma quanti siete?): non è poi sto granchè toglere una W ;-) A tutti gli altri: come ha detto qualcuno...questo è un "non luogo"...venite qui quando non avete voglia di andare da nessuna parte.... mercoledì, settembre 26, 2007 Ho finalmente ritrovato la password, dopo quasi tre anni Bello vedere che così tanta gente nel frattempo è venuta a trovarmi lunedì, gennaio 03, 2005 Un amico mi ha dato le dosi di un cocktail che ho trovato davvero ottimo... si chiama WAP: Woody's Absolute Power Versione Base: Ghiaccio - 1/2 Absolute Vodka Pepper - 1/2 Burn (Energy drink della Coca-Cola) - Spicchio di arancio e di lime Versione Light: Ghiaccio - 1/3 Absolute Vodka Pepper - 1/3 Red Bull Energy drink - 1/3 Schweppes Tonica - Spicchio di arancio e di lime Il creatore (S.E.& O.) è Fabrizio (Woody) Provatelo e diffondetelo |
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